Il Leone non dimentica
Premetto che ho deciso di scrivere articoli su questo interessante blog. Scrivo perché, durante le serate tra amici, mi accorgo che i miei racconti restano scolpiti nella mente di chi mi ascolta. Questo può significare due cose: o le storie che racconto sono davvero interessanti, oppure è il modo in cui le racconto a renderle tali.
Oggi vi parlo della mia Africa, o più precisamente della mia Etiopia, dove vado spesso a trovare parenti e amici che vivono là, trascorrendo giornate per loro di routine, ma per me indimenticabili. Tra le tante esperienze vissute o ascoltate, ce n’è una in particolare che mi ha colpito profondamente: un racconto tramandato da mio zio, una sera davanti al falò sulla spiaggia del lago di Langano. Un uomo che ha vissuto intensamente fino ai suoi 92 anni, con una lucidità straordinaria e un bagaglio di esperienze incredibili.
Lavorava e viveva in Etiopia, e io sono andato spesso a trovarlo. Per molti giorni consecutivi lo seguivo nella sua quotidianità, imparando le sue abitudini, osservandolo sia nel lavoro nella sua fabbrica, sia nei momenti di svago durante il weekend, come quella sera a Langano. I suoi racconti erano ciò che mi affascinava di più, specialmente quelli sulle sue avventure di caccia in Africa, esperienze vissute in prima persona o condivise con altri viaggiatori. Una di queste storie mi è rimasta impressa più di tutte.
Quel giorno gli chiesi: “Zio, ma tu hai mai ucciso un leone?”
E lui mi rispose: “La domanda giusta è: hai mai avuto il coraggio di sparare a un leone? Perché se decidi di sparare, devi essere sicuro di ucciderlo. Altrimenti potresti avere dei problemi!”
Con il suo gruppo di amici si spingevano spesso oltre i confini etiopi, arrivando fino in Zimbabwe, un luogo noto per la caccia regolamentata nei suoi immensi parchi nazionali. La caccia in Africa non è un’attività improvvisata: servono autorizzazioni, guide esperte e un team ben organizzato. In una di queste spedizioni, un piccolo gruppo di cacciatori inesperti (sempre coadiuvato da guide locali, guardiacaccia e cacciatori professionisti) si trovò faccia a faccia con il re della savana.
Durante una delle battute, si imbatterono in un leone a tiro di fucile, a circa 30 metri di distanza. Il cacciatore prese la mira, trattenne il fiato e sparò.
La cosa impressionante è che il leone ti guarda negli occhi mentre gli punti il fucile… non scappa!
Il colpo non fu mortale: ferì il leone, che fuggì nella vegetazione. Il gruppo continuò la sua spedizione, ma il cacciatore rimase comunque sconvolto per giorni, agitato e intimorito da quella avventura. Si accampavano di notte e proseguivano il cammino di giorno, senza sapere che il pericolo li stava seguendo.
Tre giorni dopo, mentre avanzavano in fila indiana nella savana — capofila la guida del posto, seguito dal primo cacciatore professionista, poi dai due cacciatori meno esperti, e infine l’altra guida con l’ultimo cacciatore professionista a chiudere la fila — il leone riapparve all’improvviso, balzando fuori da dietro un albero. Senza esitazione, attaccò proprio l’uomo che gli aveva sparato. Lo afferrò con le sue fauci, lo azzannò e lo uccise sul colpo.
Si dice che i leoni siano in grado di percepire la debolezza, che sappiano riconoscere chi è il più insicuro del gruppo (anche le loro prede le individuano e le catturano così, per mangiarle). Ma questa storia fa pensare che forse, più che istinto, ci fosse qualcosa di più. Forse il leone aveva riconosciuto il suo aggressore. Forse lo aveva seguito per giorni, aspettando il momento giusto per vendicarsi.
Come disse mio zio:
“La domanda giusta non è: ‘Hai mai ucciso un leone?’, ma: ‘Hai mai sparato a un leone?’. Perché se non lo uccidi, allora è lui che potrebbe uccidere te.”

Lastella Antonio